L'EcoManager come si dovrebbe comportare a seguito dell'Accordo di Copenhagen?

L'EcoManager, il dirigente che, all'interno di un'azienda, ha la responsabilità di verificare che i processi aziendali e tutte le infrastrutture coinvolte siano congrue con gli obiettivi ed i principi della sostenibilità ambientale, come si dovrebbe comportare a seguito dell'Accordo di Copenhagen?

Pubblicata il: 20/01/2010 09:00

Redazione GreenCity

La figura dell'EcoManager, il dirigente che, all'interno di un'azienda, ha la responsabilità di verificare che i processi aziendali e tutte le infrastrutture coinvolte siano congrue con gli obiettivi ed i principi della sostenibilità ambientale non è molto diffusa, nel nostro paese.
Comprensibile, visto che il tessuto economico dell'Italia è caratterizzato dalla presenza di milioni di imprese di piccole e medie dimensioni, generalmente troppo piccole per permettersi un EcoManager a tempo pieno. L'assenza di una vera cultura che veda l'ambiente come risorsa economica e come parte integrante dei processi di business completa il quadro.  
Se ci fosse, se anche l'Italia potesse contare su un numero elevato di queste figure nelle sue aziende, pubbliche e private, come si dovrebbe comportare a seguito dell'Accordo di Copenhagen?
La prima considerazione che dovrebbe prendere in considerazione è "massima flessibilità". Il panorama delle politiche per la sostenibilità e la protezione ambientale, nel 2010, sarà caratterizzato da un andamento altalenante, con picchi verso l'alto e verso il basso. A novembre è in programma il prossimo appuntamento della serie COP, a Città del Messico. Ovvio che con l'approssimarsi di quell'appuntamento si intensifichino gli sforzi e le campagne dei sostenitori di un maggior impegno a protezione dell'ambiente. È possibile, se non probabile, che la fine dell'estate veda l'annuncio di una serie di alleanze, programmi, nuove normative, da una parte e dall'altra. Un trend che continuerà anche per tutto il 2011 e fino a marzo 2012 (quando scadrà il termine per la conferma del Protocollo di Kioto).
Nel frattempo, dovranno focalizzare la loro attenzione sui programmi volontari di contenimento delle emissioni che ogni Paese dovrà (o meglio dovrebbe) mettere in atto. Il primo esempio è la Carbon Tax che la Francia sta cercando di porre in atto e che potrebbe anche diventare, nel corso degli anni la base di una Carbon Tax per l'intera Unione Europea.
Per chi fosse intenzionato ad entrare nel mercato delle emissioni di carbonio – il Carbon Trading Market – il consiglio è di lasciar perdere: basato sulle regole del Protocollo di Kioto, il mercato delle emissioni di carbonio rappresenta la vittima principale dell'accordo di Copenhagen. Il quasi fallimento del mercato delle emissioni, peraltro, non deve far credere che si possa tranquillamente tornare ai tempi felici delle emissioni senza controllo. Al contrario, è probabile che l'Unione Europea metta mano all'intero assetto legislativo di questo settore, inasprendo limiti e controlli e chiedendo alle aziende ulteriori sforzi nel contenimento di consumi energetici, emissioni di GHG, consumi di risorse naturali.  
Tutto questo cosa significa? Che ogni azienda dovrebbe attrezzarsi per eseguire, nel corso del 2010, una valutazione completa e onnicomprensiva del proprio rischio ambientale, nel senso di verifica dei consumi di risorse di ogni genere lungo tutto il suo processo produttivo, per verificare dove intervenire, cosa fare. E, naturalmente, quali sono le priorità d'intervento.

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