Kyoto compie 6 anni. Ne dimostra 60.

Il Protocollo di Kyoto compie 6 anni, ma ne dimostra almeno dieci volte tanti.

Pubblicata il: 16/02/2011 17:00

Franco Cavalleri

Il Protocollo di Kyoto compie 6 anni, ma ne dimostra almeno dieci volte tanti.
kyoto-compie-6-anni-ne-dimostra-60--1.jpgIl 16 febbraio del 2005 veniva, infatti, raggiunto il quorum dei Paesi che lo ratificavano, facendolo quindi entrare in vigore. Già il fatto che ci siano voluti più di 7 anni – il Trattato che lo contiene è stato firmato nella città giapponese l'11 dicembre 1995 – la dice lunga sull'accoglienza che il testo ha ricevuto, soprattuto nei paesi industrializzati. Non solo, ma dalla data di entrata in vigore, e ancora di più dalla data di firma, il mondo è cambiato, il Protocollo di Kyoto invece no.
Cosa è successo di significativo dal 1997 ad oggi? Tre cose, principalmente: l'attentato alle Torri Gemelle di New York, l'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) e la crisi finanziaria che ha colpito i paesi occidentali, in particolare quelli ad alto livello di de-industrializzazione. I primi due quasi contemporaneamente – l'attentato che ha così drammaticamente portato il problema del terrorismo islamico all'attenzione del mondo è del 11 settembre 2001, l'ingresso della Cina nell'OMC esattamente due mesi dopo, 11 dicembre 2001 – mentre la crisi finanziaria ed economica è iniziata strisciando quasi inavvertita nel 2005 per esplodere nel settembre 2008 e continuare fino ai girni nostri e ancora per chissà quanto.
Come si è manifestata l'influenza di questi tre avvenimenti sugli equilibri economici e politici globali? Hanno spostato la bilancia del potere dai paesi occidentali, di vecchia industrializzazione, ai paesi di nuova industrializzazione, in particolare Cina e India ma anche Brasile, Sudafrica, senza dimenticare l'Iran, che almeno per quanto riguarda l'aspetto politico e militare della questione si pone prepotentemente alla ribalta della scena mondiale e dispone anche di un potenziale di sviluppo tecnologico di notevole livello, grazie alle centrali nucleari così tanto contestate ma anche così tanto utili per innovare l'economia del Paese del Golfo.
Tre spinte, tre spallate, ai vecchi e consolidati equilibri fondati sulla supremazia del mondo occidentale ed europeo, eredità dell'era del colonialismo. Oggi le leve del potere mondiale sono in mano a questi nuovi attori, con le loro rispettive corti di Paesi che li seguono in attesa e nella speranza di accaparrarsi almeno una fetta della torta. Un esempio è l'Africa: una volta regno incontestato dei Paesi europei, Francia e Regno Unito su tutti, ma anche Portogallo e Spagna, con qualche briciola per l'Italia. Gli Usa, ovviamente, in prima fila sempre e comunque, in virtù del loro essere potenza mondiale. La buona vecchia Unione Sovietica ha contrastato questo stato di cose solo per pochi anni, e solo in una parte ristretta del continente africano. Oggi, i paesi africani guardano verso est, oltre l'Oceano Indiano che li divide dall'India e soprattutto dalla Cina, vero e proprio nuovo padrone di questa parte del mondo.
L'Europa, quindi, si ritrova sempre più debole, sempre meno capace di indirizzare politiche ed equilibri, sempre più nella necessità di seguire quello che gli altri dicono e fanno. Il fallimento del COP15 di Copenhagen e l'incapacità di Bruxelles di attirare altri Paesi sulla sua stessa lunghezza d'onda per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra, la dicono lunga della poca credibilità di cui gli altri paesi ormai accreditano gli europei.
Cosa ha a che fare, tutto questo, con il Protocollo di Kyoto? Semplice: quanto detto si riferisce a eventi e situazioni verificatesi dopo la firma del Trattato, ma di cui non vi sono tracce negli obblighi che ricadono su ognuna delle parti coinvolte.
L'accesso all'OMC ha lanciato alle stelle l'export cinese, spingendo il suo processo di industrializzazione e portando il Paese della Grande Muraglia alla prima posizione nella classifica dei paesi che più inquinano al mondo (oltre ad essere quello che meno si cura dell'ambiente)? Il Trattato di Kyoto non ha preso in considerazione alcuna questi fattori, il peso della riduzione delle emissioni inquinanti ricade ancora tutto sui paesi occidentali. Che poi è come dire sull'Europa, l'unica che – con un atteggiamento che si potrebbe definire suicida – ha preso seriamente in considerazione la necessità di adeguare l'indirizzo dello sviluppo economico alle nuove situazioni ambientali e climatiche.
Gli USA hanno contestato e si sono opposto a questo stato di cose fin dall'inizio, e ad ogni sessione delle COP manifestano la loro contrarietà. Con un atteggiamento alquanto pragmatico, peraltro, puntano sempre a trovare un accordo che consenta loro di mantenere lo status di potenza mondiale, sia pur in coabitazione con i nuovi protagonisti, come la Cina. L'Unione Europea no, insiste nella sua politica 20/20/20: sicuramente lodevole, per quanto riguarda l'attenzione all'ambiente. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, un disastro: a Copenhagen – terreno di casa – non è stata nemmeno coinvolta nella sequenza di incontri che hanno portato alla redazione dell'accordo finale del COP15. A Cancùn, giusto un paio di mesi fa, l'esclusione è stata meno palese ma in ogni caso nessun altro Paese ha aderito alle proposte UE. Ci hanno lasciato parlare, come si fa con i parenti anziani e un po' rimbambiti, e nulla più. Il risultato è che le nostre aziende devono attenersi ad una pletora di regolamenti in materia di emissioni, nell'aria, nell'acqua, nel suolo. Devono certificare questo e quest'altro, spendendo soldi e tempo (e quindi ancora soldi) per ottemperare a obblighi di vario genere. Tutte spese che poi i riversano sul costo dei beni, dei manufatti e dei servizi . Cinesi e indiani (i primi più dei secondi) no, Kyoto non impone loro obblighi di sorta, e quello che eventualmente fanno è solo per dimostrazione di buona volontà o perché qualcuno (gli americani) si mette in mezzo e pone l'aut aut. Certificazioni ambientali? Nemmeno sanno cosa siano. Però gli accordi dell'OMC ci obbligano, di fatto, ad ammettere i prodotti cinesi nel territorio dell'UE. Come dire, cornuti e mazziati.

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