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PoliMi: l’81% delle start-up europee agisce sulle pratiche responsabili, ma solo il 28% ne misura l’impatto

L'European Responsible Start-up Practice Barometer del PoliMi – la prima indagine internazionale sulle pratiche responsabili delle start-up europee – evidenzia un divario ancora significativo tra impegno dichiarato e capacità di monitorare in modo strutturato gli effetti delle azioni intraprese.

Redazione ImpresaGreen

Le start-up europee mostrano una crescente attenzione alla responsabilità ambientale e sociale, ma faticano a trasformarla in pratiche strutturate e soprattutto misurabili. È quanto emerge dal primo European Responsible Start-up Practice Barometer, realizzato da POLIMI Graduate School of Management in collaborazione con la coalizione accademica INNOVA Europe. 

Lo studio, condotto dagli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, ha analizzato atteggiamenti, ostacoli e fattori abilitanti nell’adozione di pratiche responsabili su un campione di 433 start-up europee. 

Il Barometer offre una fotografia concreta del livello di diffusione delle pratiche responsabili, delle modalità con cui vengono implementate e della capacità delle start-up di monitorarne l’impatto, fornendo indicazioni utili a investitori, incubatori, università e istituzioni impegnate nello sviluppo dell’ecosistema imprenditoriale europeo.

Pratiche responsabili: un obiettivo di valore, ma non ancora una priorità

Sebbene il 93% delle start-up intervistate dichiari di integrare pratiche responsabili nelle proprie operazioni, solo l’81% ha effettivamente intrapreso azioni in almeno uno dei quattro ambiti individuati: Ambiente, Sociale, Governance e Civico.
A complemento dei tre tradizionali pilastri ESG, il barometer introduce il pilastro “civico”, che include iniziative che vanno oltre gli obiettivi strettamente aziendali, come investimenti nella comunità, sostegno a progetti educativi o sociali, partecipazione a iniziative di rigenerazione locale o innovazione sociale, e molto altro.

  • Sociale: quasi 4 start-up su 5 hanno avviato iniziative sociali, in particolare a favore del benessere dei dipendenti (61%) e del marketing responsabile (63%).
  • Governance: il 78% delle start-up adotta pratiche di buona governance.
  • Ambiente: il 67% mette in atto pratiche ambientali responsabili. È l’ambito più frequentemente scelto come punto di partenza: tra le start-up impegnate in un solo pilastro, il 39% sceglie quello ambientale.
  • Civico: solo il 51% delle start-up considera prioritario questo pilastro, e quasi un quarto afferma che non lo sarà nemmeno nel prossimo anno.

La mancanza di risorse finanziarie (69%) e di tempo sufficiente (58%) rappresentano i principali ostacoli che impediscono alle start-up di intraprendere azioni responsabili, anche se le difficoltà variano da Paese a Paese.

  • In Francia, la mancanza di tempo è citata più spesso (66%) rispetto a Germania (42%) e Italia (36%).
  • In Italia, il 64% delle start-up afferma che le pratiche responsabili competono con altre priorità aziendali (contro il 25% in Francia e il 37% in Germania).
  • In Germania, prevalgono i vincoli finanziari: il 79% cita risorse limitate come principale ostacolo, contro il 69% in Francia e il 43% in Italia.

La maggior parte delle start-up ritiene che le pratiche responsabili siano utili, ma non ancora strategiche: il 42% riconosce un reale valore aggiunto, il 40% alcuni benefici, mentre il 18% non ne vede alcuno.

Le pratiche responsabili, dunque, non vengono accantonate per mancanza di convinzione, ma perché considerate meno strategiche rispetto ad altre priorità in un contesto di risorse limitate.

Misurare l’impatto: il punto debole

Sebbene l’81% delle start-up abbia agito in almeno uno dei quattro ambiti della responsabilità d’impresa, solo il 28% utilizza indicatori di performance (KPI) per misurare l’impatto delle proprie azioni. Tuttavia, senza un sistema di monitoraggio, risulta difficile valutare i progressi, comunicare in modo trasparente o adeguare la strategia nel tempo.

Il livello di monitoraggio varia in base alla maturità, al settore e ai pilastri considerati:

  • Il 64% delle start-up in fase di espansione monitora i propri KPI, contro il 27% di quelle in fase di prototipazione.
  • Il 46% delle start-up attive nel settore energia e ambiente e il 47% di quelle attive nell’ambito inclusione e impatto sociale monitorano gli indicatori – percentuali superiori alla media, ma ancora modeste per settori naturalmente orientati all’impatto.
  • Le categorie più monitorate sono impatto sociale e ambiente.

Le principali difficoltà nel monitoraggio riguardano la mancanza di risorse finanziarie (27%), di tempo (25%), problemi di supporto interno (19%) e carenza di competenze specifiche (18%)

La pressione degli stakeholder: un vero motore di cambiamento

Il numero di start-up che monitorano l’impatto delle proprie pratiche ESG raddoppia (40% contro 17%) quando subiscono la pressione del proprio ecosistema – clienti, investitori, incubatori, ecc. Tuttavia, questa pressione è ancora molto disomogenea: una start-up su due non è mai stata interrogata sulle proprie pratiche responsabili, segno di una dinamica ancora in fase di sviluppo più che di una tendenza ormai consolidata.

  • Tra le start-up autofinanziate, il 38% ha ricevuto domande in merito, principalmente da clienti (17%), incubatori (14%) e partner commerciali (11%).
  • Durante i round di finanziamento Series A, la pressione diventa la norma: l’83% delle start-up riceve domande sul tema, soprattutto da investitori a impatto (41%), investitori tradizionali (31%) e clienti (28%), che restano una forza trainante costante.

Incubatori e investitori svolgono quindi un ruolo centrale nell’integrare sistematicamente il monitoraggio dell’impatto delle pratiche responsabili nei propri criteri di selezione, supporto e valutazione. Se questo approccio diventasse strutturale, avrebbe un effetto moltiplicatore sull’intero ecosistema, favorendo la trasparenza e l’allineamento dei team aziendali intorno a obiettivi condivisi e responsabili.



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Pubblicato il: 11/02/2026

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