Torio, il (dopo)domani dell'energia...forse

Le centrali al torio rappresentano il futuro dell'energia? Forse, ma nel lunghissimo periodo (diversi decenni) e con grossi problemi di geopolitica.

Pubblicata il: 29/03/2011 14:50

Franco Cavalleri

L'incidente alla centrale di Fukushima Daiichi ha evidenziato i limiti di sicurezza degli impianti nucleari di oggi. Per la verità, i problemi sembrano più legati alle procedure di sicurezza e alla preparazione delle persone che devono gestire situazioni di emergenza all'interno delle centrali, che al nucleare vero e proprio. Non c'è dubbio, comunque, che le procedure, in ultima analisi, dipendono direttamente dalla tecnologia con cui la centrale è costruita e dal tipo di materiale che viene utilizzato per la produzione di energia.
In questo senso, Fukushima Daiichi - che, ricordiamo, è una centrale del tipo BWSR, ovvero con reattore ad acqua calda – ha dato fiato ai sostenitori degli impianti al torio. Tra questi va sicuramente annoverato il Premio Nobel Rubbia, che si è già fatto promotore di un progetto in tal senso. Alternative a quelle dell'uranio, le centrali al torio offrono diversi vantaggi ma anche qualche problema, soprattutto di tipo geopolitico. Cerchiamo di capire, allora, quali sono i termini del dibattito.
Minerale in sé non radioattivo, ma che se bombardato con neutroni lenti si trasforma in uranio 233, il torio è circa tre volte più abbondante dell'uranio. La fonte migliore è il suo fosfato, chiamato monazite, i cui giacimenti sono presenti in diversi paesi, Italia compresa. Australia, Usa, India e Turchia sono i paesi con una maggiore disponibilità di questo minerale. Secondo una stima dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (IAEA), nel mondo ci sono 4,4 milioni di tonnellate di torio estraibile.
Il prezzo di estrazione, oggi, è sotto gli 80 dollari al chilo. Ovvio che, dovesse veramente cominciare l'Era del torio, questo prezzo è destinato ad aumentare considerevolmente, man mano che il suo utilizzo di diffonde.
Sperimentato in diverse centrali in giro per il mondo con tecnologie differenti, in generale questo combustibile produce una quantità minore di scorie, che hanno anche un tempo di decadimento dell'ordine di alcune centinaia di anni 'soltanto', e non di millenni come nel caso dell'uranio. Inoltre in alcuni tipi di centrali questo minerale permette di lavorare a temperature e pressioni molto inferiori rispetto all'uranio, con una minore probabilità che si verifichino esplosioni anche accidentali.
Pur essendo studiate fin dagli anni '60, le centrali al torio non hanno mai suscitato l'interesse dei paesi occidentali: un censimento della World Nuclear Association riporta reattori sperimentali al torio in funzione in Usa e in Germania fino agli anni '80, ma la tecnologia è stata in seguito abbandonata.
L'uso di questo combustibile piace molto, invece, a Cina e India, che sono infatti ad un livello più avanzato in questo campo rispetto ai paesi europei e nordamericani. Pechino, tra l'altro, ha lanciato recentemente un programma per avere i primi reattori commerciali entro 20 anni, mentre Nuova Delhi dovrebbe inaugurare l'anno prossimo un reattore capace di funzionare con torio a Kalpakkam. Anche il progetto di Rubbia, il cosiddetto Rubbiatron, dopo essere stato acquistato dall'azienda norvegese Aker Solution potrebbe vedere la luce in uno di questi due paesi, più probabilmente la Cina.
Per l'uso commerciale del torio ci sono ancora diversi processi da mettere a punto, soprattutto per quanto riguarda la stabilità delle matrici che vengono usate e il riprocessamento del materiale una volta compiuto il primo ciclo.
Un altro problema deriva dal costo della preparazione del combustibile, perché l'uranio 233 va separato dal torio, anche se con la tecnologia dei sali fusi questo inconveniente dovrebbe essere superato.
Quella del torio viene comunque considerata una tecnologia più che di domani di dopodomani.  Si parla, infatti, di almeno cinquanta anni (ma probabilmente di più) prima di avere in mano qualcosa di utilizzabile.
L'Italia ha compiuto alcuni studi nell'impianto Enea di Rotondella, ma ci sono ancora alcuni problemi di ricerca e sviluppo. Anche in presenza di un impegno massiccio politico e finanziario – che peraltro manca – gli ostacoli tecnologici che oggi si presentano sarebbero superabili, ma in un arco di tempo di decenni.
Dal punto di vista della geopolitica, assecondare un cambio di rotta dall'uranio al torio sposterebbe ulteriormente l'asse politico mondiale verso Cina e India, le due nazioni più avanzate in questo campo. È pronta l'Europa ad affrontare un tale cambiamento, che la relegherebbe in una posizione ancora più periferica rispetto a quanto sia oggi? Questa è sicuramente una domanda a cui Bruxelles e le maggiori capitali dell'UE – Londra, Berlino, Parigi e anche Roma – devono trovare una risposta, prima di decidere su quale linea di sviluppo indirizzarsi.

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