A ridosso del cinquantesimo anniversario del disastro di Seveso, la protezione assicurativa delle imprese resta drammaticamente bassa e i costi dei mancati ripristini ricadono sulla collettività.
A pochi mesi dal cinquantesimo anniversario del disastro di Seveso, la protezione assicurativa delle imprese italiane contro i danni ecologici resta drammaticamente ridotta, configurando una distanza preoccupante tra la consapevolezza dei rischi e la reale tutela del territorio. Secondo l’ultima indagine condotta dall’Osservatorio Pool Ambiente, basata sulla terza rilevazione statistica di ANIA, appena lo 0,89% delle imprese del Made in Italy dispone di una polizza per la responsabilità ambientale. Nonostante questa percentuale sia ancora ampiamente insufficiente, il mercato ha fatto registrare un segnale positivo nell'ultimo anno consolidato con una crescita del 32,6% delle coperture attive, che sono passate da 6.558 a 8.696 contratti stipulati.
La diffusione di queste tutele non è affatto omogenea e varia sensibilmente a seconda dei settori produttivi e delle normative locali. Il comparto dei rifiuti guida la classifica con il 22,62% di aziende assicurate, un primato guidato anche dagli obblighi di legge introdotti pionieristicamente dalla Regione Veneto fin dal 1999. Seguono a distanza il settore chimico e quello petrolifero, mentre in fondo alla graduatoria rimangono i comparti siderurgico, dei trasporti e il settore civile. Un trend particolarmente incoraggiante si registra tuttavia nelle attività presso terzi, come l'edilizia e le bonifiche, dove il portafoglio polizze è quasi raddoppiato in un solo anno grazie alla crescente richiesta di idonee garanzie sia nei contratti pubblici sia in quelli privati.
A livello territoriale si riscontra un netto divario tra le diverse aree del Paese. Il Veneto e il Friuli Venezia Giulia sono le regioni più virtuose, uniche insieme a Basilicata, Lombardia e Umbria ad aver superato la soglia critica dell'1% di aziende assicurate. Al contrario, le regioni del Mezzogiorno registrano le percentuali più basse in rapporto al numero di imprese attive, con la Campania che detiene il record negativo nazionale fermandosi allo 0,42%, malgrado una forte accelerazione dei contratti negli ultimi anni. Il presidente di Pool Ambiente, Tommaso Ceccon, ha evidenziato come in Italia manchi ancora una cultura assicurativa ambientale matura, auspicando che il modello veneto possa essere replicato a livello nazionale per dare certezze alle imprese e per allinearsi agli obiettivi di zero inquinamento fissati dall'Unione Europea nel Green Deal.
La totale assenza di coperture assicurative espone il tessuto produttivo e le casse dello Stato a pericoli di enorme entità. Quando si verifica una contaminazione e l'azienda è scoperta, i costi di bonifica e ripristino per la singola impresa oscillano tra i 200.000 e i 4 milioni di euro, cifre che lievitano sensibilmente in caso di danni alla falda acquifera. Questa insostenibilità finanziaria ha causato il fallimento di circa 20.000 imprese negli ultimi diciassette anni. Nei casi in cui le aziende fallite non possono pagare, l'onere del risanamento si trasferisce interamente sullo Stato e i dati ufficiali dell'ISPRA censiscono già 484 siti orfani che hanno richiesto l'impiego di 500 milioni di euro di fondi pubblici, alimentati in buona parte dalle risorse del PNRR.
La dimensione complessiva della problematica economica emerge chiaramente dal Primo Rapporto sul Mercato delle Bonifiche, che valuta il valore potenziale degli interventi di risanamento in Italia tra i 43 e i 92 miliardi di euro, con una quota di stretta competenza privata pari a quasi 30 miliardi. L'Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici ha ricordato che la gestione strutturata di questi rischi è ormai imprescindibile, soprattutto a fronte dell'aumento dei fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico. Anche l'Associazione Italiana Brokers di Assicurazione e Riassicurazione ha confermato questa tendenza, evidenziando che i criteri ESG e le pressioni degli stakeholder spingono verso modelli evoluti di gestione del rischio dove la prevenzione e il supporto dei broker diventano fondamentali per tutelare l'ecosistema e la collettività.
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